Clothed-Cognition-sml

E’ ormai convinzione diffusa di quanto gli abiti che le persone indossano influenzano la percezione che la gente si fa di loro, numerosi esperimenti hanno evidenziato come donne con abiti mascolini hanno maggiori possibilità di essere valutate positivamente in un colloquio di lavoro, mentre professori vestiti con abiti informali vengo considerati mediamente meno intelligenti di colleghi che indossano abiti formali.

Se le valutazioni che produciamo sono influenzati da un articolato sistema di stereotipi, modelli culturali ed aspettative sociali, nuovi studi sono orientati a comprendere se l’abbigliamento abbia effetto non solo sugli osservatori, ma anche sugli stessi attori sociali, ovvero se portare un certo abito possa avere un effetto sui processi psicologici della persona che li indossa.

Adam e Galinsky hanno pubblicato sul “Journal of Experimental Social Psychology” ricerche in questo senso, teorizzando il fenomeno della “Enclothed Cognition”, ossia gli effetti dell’abbigliamento sui processi cognitivi.

I protocolli sperimentali impiegati avevano inoltre l’indubbio pregio di non considerare il vestito come elemento oggettivattabile, ma al contrario come declinabile rispetto al sistema di significati delle persone che lo indossavano. Galinsky e Adam hanno condotto un esperimento nel quale a cambiare non erano i vestiti, ma il simbolismo ad essi associato. I risultati ottenuti sono stati significativi.

Se una persona indossa un camice bianco che ritiene appartenere a un medico, la sua capacità di concentrarsi aumenterà sensibilmente, ma il medesimo camice, se ritenuto appartenere ad un imbianchino, non darà nessun miglioramento. E’ il valore simbolico attribuito all’abito che modifica i processi cognitivi.

“Non pensiamo solo con il nostro cervello, ma anche con il nostro corpo” dice Galinsky, “i nostri processi di riflessione sono basati su delle esperienze fisiche che mettono in movimento i concetti astratti associati. Pare che di queste esperienze facciano parte gli abiti indossati. I vestiti invadono il corpo e il cervello, e mettono colui che li indossa in uno stato psicologico differente.

Se il valore dato all’abbigliato era  divenuto la spia di un bias attribuzionale, esso successivamente è stato riconosciuto come un aspetto importante per comprendere le capacità del singolo di impossessarsi rapidamente delle regole implicite che governano un contesto in cui si trova ad operare. Oggi pare che l’abito abbia la capacità di influenza direttamente le nostre capacità, divenendo parte integrante della nostra identità.

Claudio Fasola